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SINDROME DELL’INTESTINO IRRITABILE – Una prospettiva biopsicosociale

SINDROME DELL’INTESTINO IRRITABILE – Una prospettiva biopsicosociale
Febbraio 27
22:48 2021

La sindrome dell’intestino irritabile è un disturbo gastrointestinale cronico, caratterizzato da un’alterazione della funzione  intestinale e da episodi ricorrenti di fastidio o dolore addominale, in assenza di un disordine organico. 

Si tratta di una condizione funzionale, in quanto i sintomi non sono spiegati da anomalie strutturali o biochimiche. Questo può comportare un certo grado di incertezza e confusione, nonché il timore di non essere compresi in quanto l’assenza di specifiche anomalie organiche ostacola il raggiungimento della diagnosi e spesso i soggetti si sentono dire che i sintomi esperiti sono esclusivamente “nella loro testa”.

Da tale condizione deriva un significativo utilizzo dell’assistenza sanitaria, e un netto peggioramento della qualità della vita e del funzionamento in vari ambiti (Kinsinger, 2017). 

Attualmente, sebbene l’eziologia del disturbo sia complessa e non ancora pienamente compresa, si fa riferimento prevalentemente al modello biopsicosociale, secondo cui  la malattia deriva dall’interazione simultanea di diversi sistemi a più livelli (cellulare, tissutale, organico, interpersonale, ambientale). Da questa prospettiva, la patogenesi della sindrome dell’intestino irritabile presuppone la presenza di molteplici fattori biologici, psicologici e sociali che, influenzandosi reciprocamente, concorrono all’insorgenza, alla gravità e al decorso della malattia. 

Una componente chiave del disturbo è la disregolazione dell’asse cervello-intestino, ossia delle vie che collegano sistema nervoso centrale (SNC), sistema nervoso autonomo (SNA) e sistema nervoso enterico (SNE), quest’ultimo deputato alla regolazione delle funzioni motorie e secretorie nell’intestino, permettendo la comunicazione tra le aree cognitive e emotive e il tratto gastro-intestinale. Pertanto, attraverso questo percorso gli eventi stressanti e gli aspetti psicologici possono influenzare il funzionamento intestinale (motilità, sensibilità viscerale, percezione del dolore) (Muscatello et al., 2014).

Dalla letteratura emergono diversi fattori psicosociali che hanno un ruolo significativo nella sindrome dell’intestino irritabile, come lo stress, la personalità, i modelli affettivi e cognitivi. A tali aspetti se ne affiancano altri di origine biologica, tra cui: predisposizione genetica, alterazioni del microbiota intestinale, presenza di uno stato infiammatorio di basso grado, disfunzione dell’attività del sistema nervoso simpatico e parasimpantico e dei circuiti neuroendroni (Hauser, Pletikosic & Tkalcic, 2014).  

La loro interazione contribuisce a spiegare alcune caratteristiche salienti del disturbo, in particolare i cambiamenti della motilità intestinale, che causano diarrea e/o costipazione, e l’ipersensibilità viscerale, che si riferisce alla percezione di un grado elevato di dolore in risposta a funzioni intestinali clinicamente normali. L’ipersensibilità viscerale potrebbe essere dovuta all’invio di segnali amplificati da parte del sistema nervoso enterico e a un’anomala elaborazione del dolore a livello del sistema nervoso centrale.

Tali processi sono influenzati da fattori biologici, ma anche dallo stress, dalle caratteristiche psicologiche e da altri disturbi in comorbidità (Kinsinger, 2017).

I pazienti con sindrome dell’intestino irritabile riferiscono una maggiore esposizione a eventi di vita stressanti rispetto a coloro che non soffrono di questa condizione e un’alta percentuale di casi rivela esperienze traumatiche precoci, come l’abuso fisico, sessuale e emotivo  (Hauser, Pletikosic & Tkalcic, 2014) o la separazione dalla figura materna. 

La qualità  dell’ambiente e le interazioni con i genitori nei primi anni di vita hanno una notevole influenza sulla regolazione dei processi psicologici e fisiologici, contribuendo a determinare una maggiore o minore vulnerabilità alla malattia in età adulta. I principali meccanismi attraverso cui il trauma precoce può influenzare la suscettibilità ai disturbi correlati allo stress sono l’induzione di un’alterazione persistente dell’attività dell’asse ipotalamo-iposifi-surrene e i possibili cambiamenti epigenetici nell’espressione di alcuni geni coinvolti nella risposta allo stress, che orientano le reazioni del soggetto a ulteriori situazioni problematiche e potenzialmente destabilizzanti (Muscatello et al., 2014). 

In linea con una storia precoce di esperienze avverse, i pazienti con sindrome dell’intestino irritabile riferiscono un numero significativamente più alto di eventi stressanti nel corso della vita e, in queste circostanze, mostrano una reattività eccessiva, che si traduce in una risposta fisiologica intestinale esagerata.  Gli stessi riferiscono infatti che lo stress causa loro dolore e cambiamenti della motilità intestinale (Hauser, Pletikosic & Tkalcic, 2014).

Tuttavia, il modo in cui il soggetto reagisce a specifiche situazioni è mediato da diversi aspetti psicologici. Un fattore particolarmente rilevante a tal proposito è il nevroticismo, una dimensione della personalità inerente le “differenze individuali nella tendenza a sperimentare affetti negativi e a possedere tratti comportamentali e cognitivi associati”. Elevati livelli di nevroticismo sono correlati con diversi problemi di salute fisica, inclusa la sindrome dell’intestino irritabile. Una caratteristica centrale del nevroticismo è l’affettività negativa, costituita da una serie di stati d’animo avversivi come tristezza, rabbia, disgusto, senso di colpa e paura; questa è associata a scarsa autostima, percezione di aspetti prevalentemente negativi di sé, degli altri e del mondo, insoddisfazione e iper-reattività di fronte a eventi stressanti.

Un numero crescente di studi ha inoltre dimostrato che gli affetti e le emozioni negative possono contribuire a determinare un’alterazione della funzione immunitaria dell’organismo con conseguenti disfunzioni a livello gastrointestinale; nella mucosa intestinale e nel tessuto linfoide associato è contenuto un numero elevato di cellule immunitarie, per cui l’intestino è un facile bersaglio di processi immunitari anomali (Muscatello et al., 2014). 

Come precedentemente detto, fra le ipotesi della sindrome dell’intestino irritabile vi è un’alterazione dell’elaborazione centrale dei segnali provenienti dall’intestino, che sembra essere spiegata, almeno in parte, dalla presenza di processi cognitivi disfunzionali, come ipervigilanza e catastrofizzazione. L’ipervigilanza si riferisce all’attenzione selettiva verso gli stimoli che sono coerenti con le convinzioni relative al disturbo. Ad esempio, se la causa della malattia è attribuita a un disordine organico, è probabile l’attenzione venga focalizzata sui segnali provenienti dal tratto gastrointestinale, anche se minimi. La catastrofizzazione, invece, indica la tendenza a rimuginare, amplificare la gravità di determinati eventi o sentirsi impotenti di fronte al dolore. E’ un aspetto saliente della depressione e correla con una maggiore gravità dei sintomi tra coloro che soffrono di sindrome dell’intestino irritabile. 

In generale, i processi cognitivi contribuiscono a modulare la percezione del dolore e possono influenzare il comportamento messo in atto per farvi fronte (Hauser, Pletikosic & Tkalcic, 2014).

Un altro aspetto rilevante è l’associazione tra disturbi psichiatrici e sindrome dell’intestino irritabile; disturbi dell’umore, d’ansia e somatoformi sono i più frequenti e possono contribuire a un peggioramento dei sintomi.  Il disagio psichico, così come i modelli affettivi e cognitivi, influenza l’elaborazione degli stimoli provenienti dall’intestino e può amplificare la percezione del dolore. 

Particolarmente comune tra questi soggetti è l’ansia viscerale, caratterizzata da preoccupazione e ipervigilanza nei confronti di segnali intestinali, associate a comportamenti di evitamento di specifiche situazioni. Ad esempio, le persone potrebbero sviluppare timore di situazioni in cui i bagni non sono prontamente disponibili o di circostanze in cui devono mangiare in pubblico e interpretare erroneamente come pericolosi i normali processi digestivi. Così, i sintomi stessi diventano fonte di ulteriore stress, aumentando ulteriormente lo stato di eccitazione dell’intestino e quindi i sintomi gastrointestinali (Kinsinger, 2017).

Il disagio psicologico può provocare anche un’alterazione della motilità dell’intestino; soggetti con sindrome dell’intestino irritabile mostrano una maggiore risposta motoria del colon allo stress, sia fisico che psicologico, rispetto ai controlli sani.  

E’ opportuno sottolineare che l’associazione tra sintomi psicologici e sindrome dell’intestino irritabile è di natura bidirezionale: il disagio psicologico può contribuire all’insorgenza o all’ esacerbazione dei sintomi gastrointestinali ed è a sua volta aggravato dalla difficoltà a gestirli  (Muscatello et al., 2014). 

Considerata l’evidenza delle interazioni tra mente e corpo, è opportuno che il trattamento della sindrome dell’intestino irritabile includa anche un intervento psicologico. Dagli studi emerge che i trattamenti psicologi, soprattutto quelli di orientamento cognitivo-comportamentale, risultano efficaci nell’alleviare i sintomi intestinali e il disagio correlato, favorendo inoltre un miglioramento della qualità di vita (Hauser, Pletikosic & Tkalcic, 2014; Kinsinger, 2017).

Bibliografia

Hauser, G., Pletikosic, S., & Tkalcic, M. (2014). Cognitive behavioral approach to understanding irritable bowel syndrome. World Journal of Gastroenterology: WJG20(22), 6744.

Kinsinger, S. W. (2017). Cognitive-behavioral therapy for patients with irritable bowel syndrome: current insights. Psychology research and behavior management10, 231.
Muscatello, M. R. A., Bruno, A., Scimeca, G., Pandolfo, G., & Zoccali, R. A. (2014). Role of negative affects in pathophysiology and clinical expression of irritable bowel syndrome. World Journal of Gastroenterology: WJG20(24), 7570.

dott.ssa Collorafi Valentina

 
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